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Giuseppe Mantovani: ``L'interazione uomo-computer''

Il Mulino, 1995. ISBN 88-15-05204-6

Giuseppe Mantovani insegna nella facoltà di Psicologia a Padova, e il suo approccio alle problematiche di interazione tra uomo e calcolatore è chiaramente quello dello psicologo. Nonostante ciò, il libro presenta buoni spunti anche per il tecnico informatico, in quanto la materia trattata copre l'argomento più dal punto di vista della macchina (e quindi del programmatore) che da quello dell'utente. L'autore discute cioè l'efficacia dei vari approcci informatici nei confronti delle varie classi di utenti: la bontà dell'interazione uomo-macchina non dipende dall'utilizzatore ma dal progettista.

Naturalmente la materia trattata non è estranea a noi plutini e il testo conferma alcune delle nostre idee sull'informatica commerciale: ``il non superficiale impegno delle aziende nel campo dell'usabilità rimane ancora all'interno della deplorevole tendenza a sfruttare la propria posizione sul mercato vessando il cliente oltre ogni ragionevole limite'' (pag. 37). L'autore nota come uno dei modelli di interazione tra uomo e calcolatore ``considera la presenza dell'uomo nei sistemi interattivi come una fonte di disturbo, da tollerare per il momento ma minimizzare per il futuro e, se possibile, da espungere'' (pag. 40); una diversa modalità di interazione, invece, lascia alla persona il controllo sul sistema, e la macchina farà solo da consulente, per aiutare l'utilizzatore nella sua interazione con l'ambiente e con il compito che deve svolgere.

L'autore sottolinea come un tipico errore dei progettisti sia quello di dire ``diventa esperto di computer anche tu, e non avrai più problemi'', mentre ai non-tecnici interessa solo svolgere meglio il proprio lavoro senza diventare esperti informatici. Una differente linea progettuale, invece, porta alla situazione in cui ``sistemi progettati per utilizzatori inesperti includono un'interfaccia che può essere gestita solo con grande difficoltà'' (pag. 58). Questa situazione conferma la nostra idea che ``se partiamo da una teoria dell'utilizzatore che suppone l'idiozia di massa, il risultato più probabile sarà un artefatto adatto a degli idioti'' (Bannon, 1986). In entrambi i casi, comunque, ``là dove gli uomini sono stati alienati, lo sono stati ad opera dei loro simili'' (Shank, 1984).

In entrambi i casi descritti, l'orientamento prevalente dei programmatori sta nell'imporre all'utente il proprio modello mentale del problema, invece di cercare di capire quello dell'utilizzatore; questa situazione si trova alla base della maggior parte delle difficoltà nell'interazione uomo-computer.

Il libro incentra poi la maggior parte della trattazione su problematiche relative ai sistemi esperti, dedicandosi nella parte finale all'utilizzo del computer in ambiente educativo. In questo contesto l'autore sottolinea che l'uso di ipertesti e multimedialità in ambito educativo è stato un po' sopravvalutato: ``le nuove tecnologie possono alimentare l'idea che i problemi si risolvano con fughe in avanti'', ma ``le nuove tecnologie in sè non sono la soluzione di problemi sociali o educativi; anzi, esse possono aumentare il divario tra chi ha e chi non ha risorse e capcità'' (pag. 201). In certi casi ``gli artefatti informatici servono solo ad illustrare una mancanza di idee che la ricchezza di immagini ed il dispendio di tecnologia rendono ancora più penose''.

Ritengo il testo una buona fonte di informazioni e di riferimenti per tutte quelle persone cui interessano i discorsi teorici retrostanti l'informatica. Il testo fornisce anche buoni spunti per chi si trova effettivamente a programmare, nonostante il suo pubblico preferenziale sia quello degli psicologi e dei sociologi più che quello dei tecnici.

di Alessandro Rubini


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